Tutto ha un peso, ovvero… esseri galleggianti

di Luca Giovanni Pappalardo

Isaac non abitava in via Borsieri. Eppure un giorno la sua mela cadde proprio lì, sui pannelli solari della stazioncina lilla dove puoi fermarti a ricaricare il cellulare o a bere una birretta godendoti lo smog dell’incrocio con Porro Lambertenghi. La gravità è una forma di energia che spesso trascuriamo, perché data per scontata. Siamo piantati a terra, fermati da un dito gigante che ci preme sulla testa, che ci dice di stare lì, che possiamo muoverci, al massimo in senso orizzontale. L’orizzonte a Isola è la torre rossa dell’Unicredit che ti guarda come Mordor guardava Frodo and co.

Il giorno in cui incontrai la mela di Isaac avevo appena finito di pranzare al ristorante cinese che si affaccia a Nordest. Mentre aspettavo il verde del semaforo venni colpito da un accendino all’altezza dell’orecchio sinistro… diocristo! Alzai la testa e vidi la mela di Isaac sul tetto della stazioncina lilla.

“Cazzo fai”?
“Sei musulmano”?
“No”!

La Mela era un uomo di circa 30 anni scuro di carnagione e con la barba nera. Stava sul tetto in piedi. I piedi erano scalzi.

“Allora sei cristiano”!
“No”!

La Mela cominciò a togliersi la maglietta. Restò a torso nudo, magro e martoriato.

“Cazzo fai la sopra”?
“Sei marocchino”?
“No! Scendi! Ti fanno il culo se ti beccano”.

Intanto due individui si erano fermati di fianco a me. Un uomo sessantino ed una ragazza di circa 35 anni. Commentavano la performance della Mela con parole come polizia, scimmietta, balordo, inciviltà, degrado e pena di morte.

La Mela si tolse i pantaloni e restò in mutande. Sembrava un torsolo sgranocchiato fino ai semi neri, quelli che se li mastichi sanno di cianuro. Iniziò a sradicare i pannelli solari ed a lanciarli qua e là. Poi a mani nude afferrò i fili di rame e a forza li tirò sfondandosi le mani. Dai tagli cominciò ad uscire il sangue.

“Cazzo che male”!
“Scendi, dai! Questi chiamano gli sbirri. Dai che ti fai male, scendi”!

L’omino mi chiede se ho chiamato la polizia. Rispondo di no e che in realtà ero troppo preso dal fatto di vedere una mela disperata che poteva cadere e sfracellarsi. Il danno a cosa pubblica era effettivo. Certo gli sbirri ci volevano. Magari anche un’ambulanza. Ma prima bisognava farlo scendere.

“Dai vecchio ti aiuto io. Siediti sul bordo”.
“Non posso”!

E mentre lo diceva quasi mi sembrò di vedere i suoi piedi staccarsi dal tettuccio e come una bandiera iniziò a sventolare restando attaccato con la mano sanguinante ai fili di rame.

“Questo vola via”!”
“Stai giù, Cazzo”!
“Non posso stare giù”!

L’omino e la donnina continuavano a commentare con parole come negromante, terrorismo, polizia, carcere. Io non avevo più parole. Ero ammirato. Ero fottutamente ipnotizzato. Quello sventolava. Stava galleggiando. Era un palloncino a forma di mela. Nel cielo di Isola si era smarrito il concetto di peso. E quella assenza di gravità era anche assenza di leggerezza. Era solo una cosa che galleggiava come in Golconda ma senza bombetta, senza ombrello chiuso, senza una regina vecchia e immortale.

Non ho idea di come andò a finire. Non ho avuto le palle di aspettare il probabile arresto. Le parole dei testimoni. Le allusioni senza filtri. Ho attraversato la strada, ho raccolto l’accendino che mi aveva colpito e l’ho infilato in tasca.


Luca Giovanni Pappalardo è uno chef umanista. Scrive per il Corriere della sera e per numerose riviste di cucina. Autore di “Scuola facile di pesce” per la NewtonCompton, ha inoltre pubblicato saggi di teatro e libri di poesia.

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