Se la tocchi ondeggia

di Gian Marco Capraro

“Le ho capite le donne adesso, altroché”, dice Alfredo, già brillo, stasera all’inaugurazione della sua personale di quadri, fatti con legni e ferri arrugginiti, nel cortile dell’Isola chiamato la Stecca degli Artigiani. É una sera di luglio e tuona e lampeggia lontano, forse piove giù nel lodigiano, dove la campagna è calda e l’umidità non fa che condensare nebbia che se ne sta appena due centimetri sopra i campi coltivati dai contadini.

“Le ho capite le donne adesso, altroché”, dice Alfredo a me e a Lino, “che tutte le donne la verità è che si vogliono far scopare, altro che picci pucci”, masticando l’ultimo cubetto di ghiaccio del vodka-lemon.

La Stecca è composta da due edifici diroccati, che formano un lungo cortile, nei quali ci vivono artigiani e un’associazione che insegna italiano ai nordafricani. In queste sere di luglio è affollata perché la vogliono tirar giù e così, per fermare i lavori, è nato il comitato di quartiere. Mario, con un gruppo di ex studenti, organizza un baretto a prezzi popolari, e poi ci sono musica, proiezioni e mostre.

La mostra di questa sera l’ha organizzata lui con un pittore americano che vive qua all’Isola. Alfredo dice che li odia tutti gli artisti perchè fanno opere concettuali e noiose, ma anche i curatori e i critici non gli piacciono, “tutta gente che per lo più improvvisa”. Mario però ci presenta proprio un critico stasera, venuto per solidarietà ma anche per vedere i quadri di Alfredo. “Sono interessanti i tuoi lavori”, afferma il critico complimentandosi e dicendo di volergli presentare una sua amica gallerista.

Alfredo è su di giri. Andiamo al baretto a farci un ultimo giro di ruhm. La ragazza dietro al bancone è un’amica di Mario, una bionda con i capelli corti e il naso all’insù: “tre cuba che dobbiamo festeggiare”, le dice Alfredo. Io e Lino ci sediamo in fondo allo stanzone. Sul soffitto c’è una strana scultura di un artista che bazzica la Stecca: è un gigantesco anello di metallo con sopra una fila di soldatini. É tenuta su da fili di nylon e se la tocchi ondeggia.

“Sta stronza”, fa Alfredo tornando, “prima mi dice sì ok ci vediamo, poi quando la becchi dice sempre di no, però ho incrociato di nuovo quel critico e dice che la gallerista arriva. Brindiamo al mio lancio nel mondo artistico e ai quattro sfigati che lo abitano” .

Va a prendere ancora da bere, ma ormai è sbronzo; torna nello stanzone, sale su una sedia e urla “oh voi, ascoltatemi, mi sono innamorato stavolta”, e tira una manata alla scultura, che inizia ad ondeggiare, poi un’altra ancora facendo cadere i soldatini. Uno con i capelli a spazzola lo tira giù, “ma cosa fai? È una scultura importante”. Calmiamo le acque e Alfredo si risiede con noi: “Ragazzi scusatemi, è stato un attimo. Si ma quando arriva sta gallerista?”.

Ci buttiamo in pista, Alfredo va in mezzo. Ha una teoria sulle donne: dice che alcune anche se non sono belle quando ballano lo diventano proprio. Dopo pochi minuti di techno però sia io che Lino torniamo a sederci. Mentre Lino mi parla vedo Alfredo seduto fuori a discutere con la tizia del bar. Alla fine si abbracciano e lei si allontana. Lui si rimette seduto ma poi torna dentro e ricomincia a ballare.

Verso le due di notte lo stanzone è semi vuoto e il critico e la gallerista continuano a non farsi vedere. Alfredo arriva da noi stravolto, non si da pace e biascica: “Ho la nausea. Ragazzi faccia in fretta sta gallerista, facevo meglio ad andarmene con quella tipa lì invece che dirle che devo aspettare una gallerista, che può essere la svolta della mia carriera”.

Alfredo parla ma è mezzo addormentato e sta lì seduto sotto la scultura. Nello stanzone gli ultimi cominciano ad andarsene, il cortile si svuota, la gallerista e il critico non arrivano. “Questa qua però mi piace, mi piace come parla, e i suoi occhi, è la prima dopo la mia ex. Dov’è la gallerista ragazzi?”.

Si alza il vento stasera alla Stecca e l’aria diventa più fresca, forse ora piove davvero giù in fondo nel lodigiano dove di sicuro adesso l’umidità condensa nebbia perenne, appena due centimetri sopra i campi coltivati dai contadini. Lì il caldo e l’umidità ti soffocano.

Questo racconto è comparso in forma più lunga nel 2003 in occasione della mostra: Punto zero. Ultimatum all’arte, Fondazione Ambrosetti (Brescia), a cura di Loredana Parmesani


Gian Marco Capraro è nato a Milano nel 1972. È un artista e un insegnante. Nel 2009 è stato guest artist presso la Fabbrikken for Kunst og Design di Copenhagen. Ultimamente collabora con alcune gallerie all’estero. Come insegnante ha iniziato la sua carriera presso la Stecca con l’Associazione Apolidia, da diversi anni è docente presso lo IED di Milano.

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