Cartoline dalla periferia

di Nicola Mogno
Se c’è una cosa che non mi scende è quando un auricolare smette di funzionare e mi tocca ascoltare la musica da un orecchio solo per tutto il giorno. Mi manda fuori ascoltare tutto sbilanciato da una parte, sembra di camminare sul ponte di una nave in mezzo all’oceano, viene il mal di mare. Quando chiedo a mamma quattro spiccioli per gli auricolari nuovi sembra sempre che sia uno stupido capriccio, ma qui parliamo di diritti dell’uomo, roba da telefono azzurro, non si scherza con i bisogni primordiali che stanno alla base della società. Abbiamo tutti bisogno di starcene per i cazzi nostri, ogni tanto.
Sopratutto alla mia età.
Mi chiamo Goran, vivo all’Isola da 16 anni, insomma da quando sono nato, e il mio sogno è vivere in periferia.
Mio padre dice di occuparsi di assicurazioni ma è chiaro che in realtà fa altro, non so bene cosa ma sono sicuro che sia roba losca. Frequenta certi tipi che in quartiere da me si vedono di rado: facce scure scure come le notti del periodo di cantiere della Regione che faceva saltare i lampioni in diversi isolati, parlano sempre guardandosi attorno come se si scambiassero un bigliettino durante un compito in classe, e poi sopratutto fanno brutto. Brutto, brutto, brutto.
Qualche volta mi è capitato di accompagnarlo al lavoro, la mamma mi sbolognava per andare dal parrucchiere o dalle sue amiche della corte, e io passavo la giornata in quartieri dai nomi che a me parevano esotici, come quando si leggono quelle storie di pirati che vagano per isole sconosciute del Pacifico: Baggio, Quarto Oggiaro, Corvetto, Barona, Giambellino.
I ragazzi che incontravo in quelle occasioni non erano come quelli che venivano con me alla Govone, si capiva che loro avevano qualcosa in più, o in meno, comunque mi piacevano un sacco. È stato dopo una di quelle giornate che ho deciso di tagliarmi i capelli quasi a zero fino sopra l’orecchio lasciando lunghi quelli sopra, legati da una coda. Mi sento un guerriero metropolitano da quando li ho fatti così.
Non si può dire che il quartiere non mi piaccia, da quando han finito il bosco verticale – bosco verticale? Ma s’è mai visto un bosco che va su dritto fino a seccarti le piante sul balcone su cui non batte più il sole? Un bosco dove ad ogni albero corrisponde una telecamera che ti guarda giorno e notte? Un bosco dove vive gente che spende di spese condominiali in un mese più di quanto mio padre porti a casa in un anno? – vedo un sacco di belle ragazze in giro, la gente viene qui a far foto e passeggiate turistiche che pare di stare a Parigi in gita scolastica e le foto dei grattacieli che posto io su Instagram, che so i posti giusti all’ora giusta, fanno un botto di like.
Provaci tu però.
Prova tu a vivere alla mia età in un posto così, dove non c’è un campetto da calcio o uno straccio di spazio giovani come quelli che ho visto in periferia. Dall’oratorio m’han cacciato da tempo e comunque non è il mio genere.
L’unica via possibile all’Isola è il nomadismo. Cuffie a manetta, bicicletta, cappellino e sciarpa e te la giri tra la piazza della regione, Gae Aulenti, la stecca, dagli skater in centrale. Non ti puoi fermare troppo con tutte ste telecamere che ti guardano manco fossi uno youtuber, i vari guardiani armati privati che sembrano androidi mutanti in assetto da guerra e gracchiano suoni incomprensibili a centrali operative che ci schedano da quando abbiamo 12 anni e abbiam fumato la prima sigaretta. Per non parlare della quantità di mamme che portano a spasso cani che intrattengono bambini che han dimenticato la baby sitter sudamericana in qualche festa di compleanno ai piani alti dei palazzi a vetri.
Questa è vita dura, altro che periferia. Il degrado della nostra società è tutto qui, in bella mostra, così tirato a lucido che pare uno smartphone. Ma è come il galaxy nuovo ritirirato dal mercato per fenomeni di autocombustione: una sola.
Alla fine una soluzione l’ho trovata e mi sta pure aiutando a risolvere una serie di problemi a scuola e con i miei.
Sono diventato il reporter della radio della scuola. Abbiamo cominciato con uno di quei progetti che ti propongono a scuola, che sembra sempre una figata e poi ti ritrovi un paio di educatori che ti fan fare la pasta di sale. Invece quella volta ha preso bene a tutti, abbiamo cominciato a fare radio a scuola e un prof é riuscito a comprarci un mixer e un paio di microfoni lasciandoci a disposizione un’aula della scuola. I miei soci della reda, tolti i tecnici e gli smanettoni che montano e spingono i podcast sul sito, fanno intrattenimento. Bella musica, buon umore, ogni tanto qualche ospite in studio. Io invece me ne vado in giro per i quartieri dove andavo con mio padre a fare interviste pazze per la strada. Non si può dire che faccia dei documentari, fermo la gente e faccio domande sul quartiere, sui posti, sulle situazioni assurde che incrocio, monto tutto infarcito da hip hop underground in stile presabbene e caccio fuori delle bombe, delle cartoline dalla periferia. Che è anche il titolo della rubrica in radio.
Una volta mi han chiesto cosa avrei voluto fare da grande e io ho fatto scena muta, ci ho pensato e ripensato anche a casa e non mi veniva in mente niente. È stato sconfortante.
Ora lo so: da grande racconterò storie.

Nicola Mogno si occupa di media education da 15 anni lavorando con ragazzi considerati a rischio e nel mondo della salute mentale, promuovendo progetti di sviluppo di comunità in quartieri periferici della città. Militante della prima ora della stecca degli artigiani, ha avviato con la sua compagna “Isola in gioco”, uno spazio autogestito dai genitori e rivolto a bambini in età prescolare all’interno del nuovo spazio di via de Castiglia 26, la Stecca 3.0. Fondatore e presidente dell’associazione di promozione sociale Shareradio, ha sviluppato dipendenza per la radio e la sua applicazione come strumento di animazione e agitazione sociale e culturale.

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