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Boombang

L’ISOLA, IL PRATO E IL BOSCO 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

L’ISOLA, IL PRATO E IL BOSCO

L’ISOLA, IL PRATO E IL BOSCO

di Ivan Carozzi

Ivan Carozzi lavora per la rivista Linus e ogni tanto per la tv. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Figli delle stelle (Baldini e Castoldi, 2014), Macao (Feltrinelli digital, 2012), Teneri violenti (Einaudi Stile Libero, 2016) e L’età della tigre (Il Saggiatore 2019).

Roberto e Barbara abitavano insieme in via Cola Montano.
Si erano sposati nel 2008. Con loro viveva un gatto. Non avevano figli.
Un’estate lasciarono l’Isola, il quartiere in cui vivevano, e partirono per le vacanze. Portarono con sé il gatto, che per la prima volta usciva dal quartiere.
Arrivarono quindi a destinazione. Intorno alla casa presa in affitto c’era un prato che confinava con un bosco. Il gatto per tutto il viaggio era rimasto chiuso dentro una gabbietta. Arrivati a destinazione, Barbara appoggiò la gabbia sul prato e aprì lo sportellino. Il gatto si guardò intorno, fece qualche passo ed entrò nel bosco.
Roberto e Barbara cercarono il gatto per tre giorni, fino a quando un mattino lo videro nei pressi di un cespuglio. Roberto cercò di attirare l’attenzione del gatto. Il gatto lo vide e restò immobile. A quel punto Roberto gli parlò piano: “Micio, noi stiamo tornando a casa nostra, all’Isola, non vuoi tornare con noi?”.
Allora il gatto che, come dice Kipling, “se ne va da solo e tutti i luoghi sono uguali per lui”, come sentì nell’orecchio la parola ”isola”, decise di andare e sparire nel bosco.

*Questo racconto è dedicato al gatto che un tempo era disegnato sull”ingresso della scuola elementare Confalonieri, in via Jacopo Dal Verme. Anche lui è sparito nel bosco.

PENSIERINI SULL’ISOLA 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

PENSIERINI SULL’ISOLA

PENSIERINI SULL’ISOLA

di Gabriele Cipolla

Gabriele Cipolla frequenta la terza elementare presso la Scuola Confalonieri.

“Fra la piazza con i grattacieli e la piazzetta con i gratta-biciclette io e i miei amici preferiamo la seconda.”

“Nel mio quartiere c’è un cantante che fa tante canzoni ma ha sempre gli stessi stivali.”

“Nel mio quartiere morto un papa non ne hanno fatto un altro.”

“Nel mio quartiere le ragazze hanno più cani che mariti.”

“Nel mio quartiere continuano ad aprire bar. Sembra il paese dei Balocchi ma io non voglio fare Pinocchio.

“Nel mio quartiere c’erano tante donne muscolose e simpatiche con ogni uomo, invece adesso ci sono fotografi con la barba lunga che ci provano con tutte le donne. Ma soltanto le prime avevano successo.”

“Quando la mamma mi manda alla farmacia all’angolo, a me sembra peggio che andare a scuola. I farmacisti sono così seri che ho paura di essere interrogato.”

“Il sindaco di Milano crede che noi all’Isola passiamo il tempo a mangiare, perché continua ad aprire ristoranti. Io e i miei compagni di classe gli abbiamo scritto una lettera per chiedergli se si può fermare.”

“Se facessero il Bosco Verticale in ogni quartiere, Milano sarebbe davvero piena di verde. Però io vado ancora al Parco Sempione in bicicletta, perché non posso girare in bici per un Bosco Verticale.”

Pepe Verde è bello perché lì le piante almeno sono orizzontali e c’è una signora inglese sempre sorridente che le coltiva sempre. Non ho capito se va anche a curare il Bosco Verticale.”

“Ultimamente ci sono due ragazze che fanno delle cartoline sull’Isola e allora tutti ci sentiamo importanti. Infatti, anche io adesso mi metto degli strani cappelli, magari divento un personaggio.”

ALLE ANIME PERSE 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

ALLE ANIME PERSE

ALLE ANIME PERSE

di Francesca Mandelli

Racconto liberamente tratto dalle storie degli abitanti del quartiere, in particolare dai ricordi del signor Giovanni Tedeschi, e elaborato dalla redazione di Postcardsfromisola.

Era il lontano 1940, avevo solo 6 anni, e mia mamma decise di comprare la latteria di via Jacopo dal Verme 2. Sopra la latteria avevamo un piccolo appartamento composto da tre stanze che affacciavano su un’ampia anticamera. All’epoca, non sapevo, come del resto molti abitanti dell’Isola, che, alla fine del 1600 lì si trovava un cimitero, chiamato della “Mojazza“, poi trasferito, nel 1786, in quello che oggi è Piazzale Lagosta, fino alla successiva costruzione del Monumentale. Una parte del cimitero corrispondeva all’area che poi sarebbe stata occupata proprio dal civico n. 2 di Via dal Verme dove abitavo con la mia famiglia.

Durante le mie notti di bambino, dai vetri smerigliati della porta della cameretta, dove dormivo da solo, e che dava sull’anticamera, vedevo accendersi una lucina soffusa verdastra e stagliarsi l’ombra di una donna con un cappello a larghe tese che si muoveva davanti alla mia porta. Altro che la Befana! Con la pelle d’oca e i capelli che si rizzavano, infilavo la testa sotto le coperte terrorizzato. Sentivo persino un rantolo, come di una persona che stesse per spirare, ma una volta accesa la luce il rantolo d’improvviso cessava. Mia madre, che temeva che le mie fossero solo le fantasie di un ragazzino pauroso, decise di trascorrere alcune notti con me, e avvertì anche lei lo stesso misterioso fenomeno.

Una notte la sentii urlare e la vidi chiedere aiuto affacciata alla finestra della sua camera, che dava sul cortile, perché la sua porta, di legno pieno e chiusa a chiave, scuoteva come se qualcuno volesse abbatterla.  Il papà aveva il turno di notte in ferrovia, non tirava un alito di vento che avrebbe potuto creare una corrente d’aria, ma si sa, i fantasmi non esistono, eppure non si è mai potuto spiegare l’accaduto.

Qualcuno nel quartiere diceva di aver conosciuto un muratore che, fra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ’70, lavorando all’abbattimento del vecchio cinema di piazza Archinto, dietro ad un muro, insieme ai colleghi operai, scoprì una stanza colma di bare di legno. Forse facevano parte del cimitero della Mojazza?

E poi qualcun altro vociferava dell’esistenza di un convento in via Angelo della Pergola, che si trovava all’interno del cimitero; alcuni dicevano addirittura di aver trovato i resti di monaci e suore durante le ristrutturazioni recenti degli stabili.

Quand’ero piccino, durante gli allarmi aerei notturni, in tempo di guerra, ci si rifugiava in cantina e gli adulti se ne stavano impauriti sulle panchine di legno, ma noi ragazzini ci spostavamo giocando nei meandri più lontani dello scantinato. Verso l’angolo dove un tempo c’era il cimitero vedevamo sempre delle ombre che parevano dimenarsi, ma non dicevano nulla e, così, nella semi-oscurità, tornavamo insieme agli adulti senza fare troppe storie.

Oggi ho sentito raccontare che quel cimitero fosse stato costruito dagli austriaci e che i vecchi della zona ne sconsigliassero la costruzione perché il terreno non era adatto. Infatti, ad ogni esondazione del Seveso, c’è chi dice che venissero a galla le salme mal sepolte. Negli anni ’80, in Piazzale Lagosta 2, scavando per la ristrutturazione di un cortile, trovarono la lapide di Giuseppe Parini, ma non solo… Molti raccontano che le presenze misteriose trovarono pace una volta finita la guerra, altri che la pace faticosa non bastò a tranquillizzarle. Eppure si sa, i fantasmi non esistono… O no?

LE CREPE 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

LE CREPE

LE CREPE

di Caterina Perali

Caterina Perali è nata a Treviso nel 1975. Dopo la laurea in Lettere a Venezia si sposta tra Genova e Lisbona per amore delle città d’acqua. Per falsa coerenza da molti anni vive a Milano, in un quartiere chiamato Isola, dove lavora nella produzione di spot pubblicitari. È stata autrice televisiva, ideatrice di social network, di web serie in animazione e collaboratrice per riviste di teatro e food and beverage.
Crepa è il suo primo romanzo.

Zero caffeina, zero teina, zero taurina, zero eroina, zero cocaina. Molto tabacco, molto infuso di finocchio, molti fiori di Bach, un po’ di miso. Senza troppi additivi e superlativi. Tutto questo per aver letto nell’atrio, la seguente comunicazione:

mercoledì 21 dicembre 2007 alle ore 21 riunione condominiale.
Ordine del giorno: riqualificazione urbanistica del quartiere Isola.
N.B. Eccezionalmente possono partecipare anche i non proprietari e i senza contratto. L’AMMINISTRATRICE.

Dal loden verde del signor Manfredo Lombardo del secondo piano una voce roca apostrofata da una raucedine persistente e mal curata commenta, la imbarazzante, a veder suo, comunicazione dell’amministratore dello stabile con Hefrim, una bambina di 6 anni indiana che vive al terzo con la sua famiglia.

“Non le sembra un’uscita indecorosa, Hefrim”?
“Sì. Molto. Cosa vuol dire indecorosa”?
“Di cattivo gusto. Credono di comprare il nostro assenso con quattro fregnacce sulla riqualificazione della zona. Sono assassini dell’estetica, dell’etica e dell’educazione civica e soprattutto dell’aria”!
“Signor Lombardo”!
“Dimmi Hefrim”.
“Vado a casa mia. Dalla mia mamma. Ciao”.
“Ciao”.

Hefrim si mette a correre all’impazzata con i suoi scarponcini alla caviglia, saltando a piè pari i gradini sgretolati che portano dal secondo al terzo piano calcinacci, gatti ed esseri umani. Lei adora il signor Manfredo Lombardo, ma spesso non capisce quello che dice, un po’ per il lessico troppo forbito per una bambina di prima elementare, un po’ per il tono basso e sussurrato da quarant’anni suonati di Diana Rosse sulla gola; quindi Hefrim dopo qualche scambio di battute prende la rincorsa e se ne scappa sempre via.

Io sono al mio terzo piano e sto fumando una Camel Essential.  Lancio il mozzicone davanti al piede sinistro di Manfredo Lombardo che sta superando lo zerbino della signora Jelena. Lui alza la testa, lo raccoglie e se lo mette in tasca.  il nostro modo per salutarci, per ricordarci che ancora ci siamo.

Manfredo Lombardo è un uomo di settant’anni. Le sue rughe sono la cartina geografica di un passato difficile e solitario, profonde e intrecciate come i palmi callosi delle sue mani grandi che ancora affondano la forza negli ingranaggi dell’unica passione che gli è rimasta, le biciclette. Un orizzonte di telai, forcelle, camere d’aria, cambi e rapporti, manubri, controdadi, raggi e centrature. Da quando aveva quindici anni riduce l’attrito con i cuscinetti a sfera, cosa che non gli riesce altrettanto bene nella vita.

Il 21 dicembre Manfredo Lombardo andrà alla riunione di condominio molto arrabbiato e forse porterà con sé anche qualche chiave inglese numero 25. Potrebbe servirgli per farsi ascoltare.

Nel piano di riqualificazione edilizia della zona, il Comune, la Regione e soprattutto il signor Giovanni Vatel, soprannominato Johnny Vatel, testa italiana del colosso immobiliare statunitense Sastre Italia s.p.a., hanno deciso alla riga 95 del progetto, che la sua ciclofficina verrà spianata dalle ruspe e sulle sue ceneri costruiti loft per designer americani. Loft con porte a vetri opalini.

Il progetto del gruppo Sastre Italia s.p.a. prevede la realizzazione di due torri residenziali alte una 120 metri con 25 piani abitabili, e un’altra di 80 metri con 18 piani, ricoprendo un’area edificabile di 90 mila metri quadri laddove esistono già dei parchi, delle abitudini e delle vite.

Dopo mesi di indagini geologiche e geotecniche il direttore dei lavori, l’ingegner Alfredo Rocca, ha concesso, ormai 435 giorni fa, all’impresa Galleschi l’inizio dei lavori di tre cantieri contemporaneamente, a sua volta debitamente appaltati e sub-appaltati a un’altra decina di imprese.

La crepa sul mio muro cresce a vista d’occhio.
È un Lucio Fontana che squarcia il salotto impossessandosi del mio spazio e del mio umore.
Oggi arriva addirittura alla macchiolina di sangue con la zampetta della zanzara che hai ammazzato quest’estate.
Hai lacerato il corpo rinsecchito e ancora incredibilmente ben conservato di quel fastidiosissimo insetto che il 6 agosto non ti faceva dormire.

Zzz….zzz…zzz…zzz…zzz…zzz…zzz…zzz…zzz

Il 21 dicembre andrò alla riunione con una foto. Anzi, potrei portare un video girato a passo 1, immortalando un frame alla volta di quella viva ferita a due passi dal mio naso.

Crepe, tratto dal romanzo Crepa, di Caterina Perali 13Lab Editore.

TUTTO HA UN PESO, OVVERO… ESSERI GALLEGGIANTI 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

TUTTO HA UN PESO, OVVERO… ESSERI GALLEGGIANTI

TUTTO HA UN PESO, OVVERO… ESSERI GALLEGGIANTI

di Luca Giovanni Pappalardo

Luca Giovanni Pappalardo è uno chef umanista. Scrive per il Corriere della sera e per numerose riviste di cucina. Autore di “Scuola facile di pesce” per la NewtonCompton, ha inoltre pubblicato saggi di teatro e libri di poesia.

Isaac non abitava in via Borsieri. Eppure un giorno la sua mela cadde proprio lì, sui pannelli solari della stazioncina lilla dove puoi fermarti a ricaricare il cellulare o a bere una birretta godendoti lo smog dell’incrocio con Porro Lambertenghi. La gravità è una forma di energia che spesso trascuriamo, perché data per scontata. Siamo piantati a terra, fermati da un dito gigante che ci preme sulla testa, che ci dice di stare lì, che possiamo muoverci, al massimo in senso orizzontale. L’orizzonte a Isola è la torre rossa dell’Unicredit che ti guarda come Mordor guardava Frodo and co.

Il giorno in cui incontrai la mela di Isaac avevo appena finito di pranzare al ristorante cinese che si affaccia a Nordest. Mentre aspettavo il verde del semaforo venni colpito da un accendino all’altezza dell’orecchio sinistro… diocristo! Alzai la testa e vidi la mela di Isaac sul tetto della stazioncina lilla.

“Cazzo fai”?
“Sei musulmano”?
“No”!

La Mela era un uomo di circa 30 anni scuro di carnagione e con la barba nera. Stava sul tetto in piedi. I piedi erano scalzi.

“Allora sei cristiano”!
“No”!

La Mela cominciò a togliersi la maglietta. Restò a torso nudo, magro e martoriato.

“Cazzo fai la sopra”?
“Sei marocchino”?
“No! Scendi! Ti fanno il culo se ti beccano”.

Intanto due individui si erano fermati di fianco a me. Un uomo sessantino ed una ragazza di circa 35 anni. Commentavano la performance della Mela con parole come polizia, scimmietta, balordo, inciviltà, degrado e pena di morte.

La Mela si tolse i pantaloni e restò in mutande. Sembrava un torsolo sgranocchiato fino ai semi neri, quelli che se li mastichi sanno di cianuro. Iniziò a sradicare i pannelli solari ed a lanciarli qua e là. Poi a mani nude afferrò i fili di rame e a forza li tirò sfondandosi le mani. Dai tagli cominciò ad uscire il sangue.

“Cazzo che male”!
“Scendi, dai! Questi chiamano gli sbirri. Dai che ti fai male, scendi”!

L’omino mi chiede se ho chiamato la polizia. Rispondo di no e che in realtà ero troppo preso dal fatto di vedere una mela disperata che poteva cadere e sfracellarsi. Il danno a cosa pubblica era effettivo. Certo gli sbirri ci volevano. Magari anche un’ambulanza. Ma prima bisognava farlo scendere.

“Dai vecchio ti aiuto io. Siediti sul bordo”.
“Non posso”!

E mentre lo diceva quasi mi sembrò di vedere i suoi piedi staccarsi dal tettuccio e come una bandiera iniziò a sventolare restando attaccato con la mano sanguinante ai fili di rame.

“Questo vola via”!”
“Stai giù, Cazzo”!
“Non posso stare giù”!

L’omino e la donnina continuavano a commentare con parole come negromante, terrorismo, polizia, carcere. Io non avevo più parole. Ero ammirato. Ero fottutamente ipnotizzato. Quello sventolava. Stava galleggiando. Era un palloncino a forma di mela. Nel cielo di Isola si era smarrito il concetto di peso. E quella assenza di gravità era anche assenza di leggerezza. Era solo una cosa che galleggiava come in Golconda ma senza bombetta, senza ombrello chiuso, senza una regina vecchia e immortale.

Non ho idea di come andò a finire. Non ho avuto le palle di aspettare il probabile arresto. Le parole dei testimoni. Le allusioni senza filtri. Ho attraversato la strada, ho raccolto l’accendino che mi aveva colpito e l’ho infilato in tasca.

ALL’ISOLA IN PIGIAMA CON IL CAVALIERE PER I SUOI 80 ANNI 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

ALL’ISOLA IN PIGIAMA CON IL CAVALIERE PER I SUOI 80 ANNI

ALL’ISOLA IN PIGIAMA CON IL CAVALIERE PER I SUOI 80 ANNI

di Francesca Mandelli

Francesca Mandelli, originaria di un paesino di tremila abitanti nell’alto varesotto, è redattrice e si occupa di social media per Gli Stati Generali. L’Isola è la sua Milano. Milano è ormai la sua Isola.’

Sette e trenta di un mercoledì sera qualunque. Giuseppe suona il citofono. Domenico, il coinquilino con il quale condivido l’appartamento di via Volturno all’Isola, a Milano, da ormai quattro anni, corre in camera esclamando: «C’è il Cavaliere qua sotto».

Incredula mi affaccio dal balcone per verificare la notizia, che aveva tutta la parvenza di essere uno scherzo del buon Giuseppe. Due auto ingombranti e particolarmente lucide sono parcheggiate di fronte al portone del condominio, non è uno scherzo. Prendo le chiavi, l’Iphone e non mi preoccupo del pigiama rosa a pois che indosso, e corro giù con Domenico per raggiungere l’amico, ma soprattutto il “vecchio” Cavaliere.

L’autista ci osserva nella nostra concitazione e sorride divertito. Mi giro a destra e vedo arrivare Agostino (anche lui condivide l’appartamento con me e molta vita), che conclude una conversazione al telefono dicendo all’interlocutore: «Luca ti chiamo dopo, ho il Cavaliere sotto casa». Mi giro a destra, e da via Sebenico spunta il Cavaliere, proprio lui, oggetto di tante discussioni politiche, di molti malumori e insofferenze, uomo che, a suo modo, mi ha aiutata a capire da che parte stare.

Gli stringiamo la mano, lui sorride, è emozionato nel vedere quattro trentenni (sembriamo più giovani) ad aspettarlo di fronte al portone che da ragazzino varcava quotidianamente, e dove poco più in là, oggi, arriva e si ferma sempre un’ambulanza. Facciamo una foto, un paio a dire il vero. Agostino, da fedele diavoletto, lo chiama Presidente e vorrebbe molto dirgli quanto gli manca quel Diavolo lì, ma si limita a ringraziarlo per gli anni d’oro. Il Cavaliere ci guarda, cerone sul viso e capelli finti come siamo abituati a vedergli addosso, vestito elegante, quasi come se il tempo non volesse e dovesse passare mai per lui, e invece è proprio passato.

Ho le chiavi al collo, indosso un pigiama rosa a pois e un paio di infradito arancioni, abito nel condominio in cui viveva sua nonna. «Sapete, una volta abitavo qua io» – afferma il Cavaliere – guardando commosso le finestre e indicandoci quelle che una volta erano le sue. «Noi viviamo al secondo piano» – dico timidamente, mentre lui racconta che da bambino dormiva in sala. Gli chiediamo se vuole salire, o suonare agli inquilini di quella che un tempo era casa sua, ma non se la sente. Vorrebbe sapere com’è oggi quell’appartamento, ma non ha voglia di suonare o arrecare disturbo. Domani compie 80 anni. Vorrei chiedergli molte cose, ma mentre lo guardo andare via con un passo piuttosto stanco e affaticato, mi limito a dire: «Auguri per il suo compleanno».

Racconto originariamente pubblicato su Gli Stati Generali e rielaborato con amore per #postcardsfromisola.

IL NONNO CALCIATORE 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

IL NONNO CALCIATORE

IL NONNO CALCIATORE

di Annalisa Ali

Annalisa è una milanese che per anni ha ripudiato la sua città, ora invece l’ha capita fino in fondo. Impiegata factotum, si è laureata in Comunicazione d’Impresa e da allora ha sempre cercato di trovare nel lavoro un po’ della sua passione verso la creatività e l’organizzazione del tutto (dagli eventi ai numeri). Amante del cinema d’autore e dei libri di genere pulp, cerca di viaggiare il più possibile, se non in areo almeno con la fantasia.

Una storia sull’Isola. La mia storia sull’Isola. Lavoro in questo quartiere da due anni circa e credo di poterlo considerare uno dei posti dove vorrei assolutamente trasferirmi, ma le zone di Milano un po’ alternative che ciclicamente vanno di moda – si sa – sono inavvicinabili. Allora me la godo così, passeggiando nelle mie pause pranzo o all’uscita dall’ufficio, quando faccio a piedi da Segrino tutta via Borsieri fino a via Pepe, per prendere la verde; in quanti mi hanno detto “ma perché non prendi il metrò a Zara che è più vicino?”, ma sono quelli che non capiscono la meraviglia di camminare a passo veloce per queste vie. Comunque, le mie origini erano già ben radicate in questo quartiere-paese nei primi anni Venti: mio nonno infatti era nato in via Borsieri e ne è sempre andato fiero. Mi raccontava che andava tutti i giorni a giocare a calcio all’oratorio della Fontana, saltando anche le lezioni di Catechismo, perché in fondo a lui della chiesa piaceva più che altro il lato sportivo. Quando aveva raggiunto l’età per fare la Prima Comunione il Parroco di allora gli aveva fatto recuperare tutte le lezioni saltate in un solo pomeriggio, così anche lui era riuscito ad essere “promosso” insieme a tutti gli altri bambini. Si dice che fosse davvero bravo a calcio, talmente tanto che era stato notato da qualche pezzo grosso dell’Inter di quegli anni e che gli avessero pure organizzato una specie di provino per farlo entrare in squadra. Sta di fatto che in quel fatidico giorno gli era venuta una terribile tonsillite e non si era presentato, così addio Inter. Quando ero piccola e ascoltavo questa storia immaginavo come sarebbe stata la mia vita da nipotina di un famoso calciatore – perché per la me piccola e sognante, il nonno ovviamente sarebbe stato preso; pensavo che saremmo stati tutti ricchi e che era un vero peccato che quell’occasione fosse sfumata. Chissà, magari a quest’ora avrei una casa all’ultimo piano con terrazzo in via Boltraffio o via Alserio. Invece per ora mi accontento di venire fin qui da Milano Sud solo per lavoro, passeggiando nelle mie pause pranzo con il naso all’insù.

ISOLA 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

ISOLA

ISOLA

di Alessandro Marzo Magno

Alessandro Marzo Magno è nato a Venezia, nel 1962. Si è trasferito a Milano del dicembre 1996 e dall’inizio del 1998 vive all’Isola. Era il capo degli esteri del settimanale “Diario”. Ora scrive libri cercando di convincere i lettori che la storia non è affatto inutile e noiosa. Il prossimo uscirà il 2 marzo è si intitolerà Missione grande bellezza. Gli eroi e le eroine che hanno recuperato i capolavori italiani saccheggiati da Napoleone e Hitler. Lo pubblicherà Garzanti. Se volete vedere gli altri li trovate qui: alessandromarzomagno.it

Quasi vent’anni fa sono arrivato a Milano come tanti, pieno di belle speranze e idee per un futuro luminoso. Il mondo del giornalismo sembrava ansioso di accogliermi a braccia aperte.

Naturalmente mi sono messo a cercare casa, e naturalmente ho cominciato dalla zona dove credo cominci la maggior parte di quelli che arrivano a Milano da sprovveduti: i Navigli. Poi però un’amica mi ha detto: «Perché non provi all’Isola? È bello, è un quartiere in crescita». Era l’autunno del 1997 e non sapevo che il mantra «quartiere in crescita» l’avrei sentito ripetere per il ventennio successivo.

Comunque guardo la cartina (non c’era google maps, ai tempi, si girava con le piantine comprate in edicola) e vado a vedere questa fantomatica Isola. Credo di esserci arrivato con la metro da Garibaldi, prendendo la mitica «uscita via Pepe» («deve andare verso la farmacia, e guardare i cartelli», ti spiegavano, l’uscita via Pepe è quasi introvabile se non sai muoverti all’interno della stazione). Non mi ricordo bene.

Quel che ricordo bene, invece, è che incombeva una nebbiolina autunnale, che l’illuminazione era diversa da quella attuale: più bassa e con lampade a incandescenza che diffondevano un chiarore giallognolo, e che si udiva lo sferragliare del tram nella via Porro Lambertenghi. E poi le belle case vecchie, inizio secolo, che da piazza Minniti costeggiano via Borsieri e via Garigliano. In una parola, quel quartiere mi ricordava da vicino una delle città europee che amavo e amo di più: Praga. Ma non la Praga tirata a lustro di oggi, bensì quella decadente e affascinante dei tempi del vecchio regime. Pure quella l’avevo vista per la prima volta con la nebbiolina, pure là si sentiva il tram sferragliare.

E allora mi sono detto: «Qui», e mi sono messo a cercare casa. Ci sono tornato millanta volte a vedere le abitazioni più varie e più improbabili. Ogni volta che prendevo il tram (al tempo c’era una linea per me comodissima: salivi nel viale Tunisia, vicino a dove lavoravo, e scendevi alla fermata di Porro Lambertenghi) mi venivano in mente gli annunci delle fermate nei mezzi pubblici praghesi: trascinano la a pronunciandola come se ce ne fossero due: «Mala Stranaa», e così via. Nelle mia testa risuonava un «Isolaa» che poneva quel quartiere nel cuore d’Europa, dalle parti di Franz Kafka, di Franz Werfel, di Leo Perutz. Non mi sarei sorpreso di incontrare il signor K in via Borsieri o di trovare una birreria che vendesse Staropramen (adesso in effetti c’è). Gira e rigira, visita una casa dopo l’altra, alla fine mi sono accasato proprio in quella via Borsieri che tanto mi sembrava Mitteleuropa, in un palazzo inizio Novecento che non sfigurerebbe affatto se anziché angolo Minniti fosse angolo piazza San Venceslao.

LA LA ISOLAND 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

LA LA ISOLAND

LA LA ISOLAND

di Piera Comparin

Piera Comparin over sixty, insegna progettazione in un liceo artistico, ha cominciato a frequentare il quartiere Isola da quando i suoi nipotini hanno deciso di nascere qui. Apprezza molto la loro decisione.

Forse è perché non abito in questo quartiere ma quando arrivo ho sempre l’impressione di essere capitata sul set di un film.

Non vi sembra che quel pezzetto di Via Borsieri con gli alberi, le panchine colorate e tanta gente che passa chiacchierando,  possa essere una strada di Manhattan in un film di Woody Allen?

E le mamme che aspettano i bambini all’uscita della scuola? Fasce viola su capelli rossi, calze turchesi sotto cappotti verdi, paillettes e nastri sui golfini. E poi  zoccoli , tacchi e stivali, cappelli e sciarpe colorate e svolazzanti.

Pronte per un musical da ballare nella strada vuota sotto gli occhi di due vigili complici e sorridenti.

La stazione, poi, è il luogo ideale dove girare la scena di un film d’azione : un inseguimento tra binari, scale, angoli e gradini, salite, discese, fino ad arrivare a quegli enormi corridoi deserti e inquietanti. E in sottofondo l’ossessivo annuncio dei treni in partenza.

Esiste poi un piccolo giardino selvatico e gentile, sicuramente il retro di una vecchia villa della campagna inglese, luogo ideale dove prendere un tè in tazze di porcellana tra i tanti vasi tutti diversi, tra piante e gatti che vivono imperturbabili da soli, incuriositi dai bambini  di passaggio.

E il sabato mattina, attraversando alcune zone del mercato, non avete avuto la sensazione di essere una comparsa in un film di Bollywood?

Guardando i prodotti su alcune bancarelle e immaginando la strada coperta di terra rossa, potreste immaginare di essere capitati nella piazza principale di Calcutta.

O siamo forse ad Agadez, dove un gruppo di tuareg si sta preparando ad un’avventura nel deserto?

Anche il tram, quando arriva spuntando da dietro una curva, entra nel film. Siamo a Parigi dove tra una libreria, un negozietto e una piazzetta, seduti al tavolino di un piccolo bar, si sta girando una storia tenera e romantica.

Non abito all’Isola ma ci vado spesso perché lì abitano i miei nipoti. È bello ogni volta immaginare che tutti siano attori impegnati in un loro ruolo, e ci si sente accolti con disinvoltura, sapendo che tutto è vero ma non c’è da crederci.

Del resto si tratta di un film.

CARTOLINE DALLA PERIFERIA 150 150 #POSTCARDSFROMISOLA

CARTOLINE DALLA PERIFERIA

CARTOLINE DALLA PERIFERIA

di Nicola Mogno
Nicola Mogno si occupa di media education da 15 anni lavorando con ragazzi considerati a rischio e nel mondo della salute mentale, promuovendo progetti di sviluppo di comunità in quartieri periferici della città. Militante della prima ora della stecca degli artigiani, ha avviato con la sua compagna “Isola in gioco”, uno spazio autogestito dai genitori e rivolto a bambini in età prescolare all’interno del nuovo spazio di via de Castiglia 26, la Stecca 3.0.
Fondatore e presidente dell’associazione di promozione sociale Shareradio, ha sviluppato dipendenza per la radio e la sua applicazione come strumento di animazione e agitazione sociale e culturale.

Se c’è una cosa che non mi scende è quando un auricolare smette di funzionare e mi tocca ascoltare la musica da un orecchio solo per tutto il giorno. Mi manda fuori ascoltare tutto sbilanciato da una parte, sembra di camminare sul ponte di una nave in mezzo all’oceano, viene il mal di mare. Quando chiedo a mamma quattro spiccioli per gli auricolari nuovi sembra sempre che sia uno stupido capriccio, ma qui parliamo di diritti dell’uomo, roba da telefono azzurro, non si scherza con i bisogni primordiali che stanno alla base della società. Abbiamo tutti bisogno di starcene per i cazzi nostri, ogni tanto.
Sopratutto alla mia età.

Mi chiamo Goran, vivo all’Isola da 16 anni, insomma da quando sono nato, e il mio sogno è vivere in periferia.

Mio padre dice di occuparsi di assicurazioni ma è chiaro che in realtà fa altro, non so bene cosa ma sono sicuro che sia roba losca. Frequenta certi tipi che in quartiere da me si vedono di rado: facce scure scure come le notti del periodo di cantiere della Regione che faceva saltare i lampioni in diversi isolati, parlano sempre guardandosi attorno come se si scambiassero un bigliettino durante un compito in classe, e poi sopratutto fanno brutto. Brutto, brutto, brutto.
Qualche volta mi è capitato di accompagnarlo al lavoro, la mamma mi sbolognava per andare dal parrucchiere o dalle sue amiche della corte, e io passavo la giornata in quartieri dai nomi che a me parevano esotici, come quando si leggono quelle storie di pirati che vagano per isole sconosciute del Pacifico: Baggio, Quarto Oggiaro, Corvetto, Barona, Giambellino.
I ragazzi che incontravo in quelle occasioni non erano come quelli che venivano con me alla Govone, si capiva che loro avevano qualcosa in più, o in meno, comunque mi piacevano un sacco. È stato dopo una di quelle giornate che ho deciso di tagliarmi i capelli quasi a zero fino sopra l’orecchio lasciando lunghi quelli sopra, legati da una coda. Mi sento un guerriero metropolitano da quando li ho fatti così.

Non si può dire che il quartiere non mi piaccia, da quando han finito il bosco verticale – bosco verticale? Ma s’è mai visto un bosco che va su dritto fino a seccarti le piante sul balcone su cui non batte più il sole? Un bosco dove ad ogni albero corrisponde una telecamera che ti guarda giorno e notte? Un bosco dove vive gente che spende di spese condominiali in un mese più di quanto mio padre porti a casa in un anno? – vedo un sacco di belle ragazze in giro, la gente viene qui a far foto e passeggiate turistiche che pare di stare a Parigi in gita scolastica e le foto dei grattacieli che posto io su Instagram, che so i posti giusti all’ora giusta, fanno un botto di like.

Provaci tu però.
Prova tu a vivere alla mia età in un posto così, dove non c’è un campetto da calcio o uno straccio di spazio giovani come quelli che ho visto in periferia. Dall’oratorio m’han cacciato da tempo e comunque non è il mio genere.
L’unica via possibile all’Isola è il nomadismo. Cuffie a manetta, bicicletta, cappellino e sciarpa e te la giri tra la piazza della regione, Gae Aulenti, la stecca, dagli skater in centrale. Non ti puoi fermare troppo con tutte ste telecamere che ti guardano manco fossi uno youtuber, i vari guardiani armati privati che sembrano androidi mutanti in assetto da guerra e gracchiano suoni incomprensibili a centrali operative che ci schedano da quando abbiamo 12 anni e abbiam fumato la prima sigaretta. Per non parlare della quantità di mamme che portano a spasso cani che intrattengono bambini che han dimenticato la baby sitter sudamericana in qualche festa di compleanno ai piani alti dei palazzi a vetri.

Questa è vita dura, altro che periferia. Il degrado della nostra società è tutto qui, in bella mostra, così tirato a lucido che pare uno smartphone. Ma è come il galaxy nuovo ritirirato dal mercato per fenomeni di autocombustione: una sola.

Alla fine una soluzione l’ho trovata e mi sta pure aiutando a risolvere una serie di problemi a scuola e con i miei.
Sono diventato il reporter della radio della scuola. Abbiamo cominciato con uno di quei progetti che ti propongono a scuola, che sembra sempre una figata e poi ti ritrovi un paio di educatori che ti fan fare la pasta di sale. Invece quella volta ha preso bene a tutti, abbiamo cominciato a fare radio a scuola e un prof é riuscito a comprarci un mixer e un paio di microfoni lasciandoci a disposizione un’aula della scuola. I miei soci della reda, tolti i tecnici e gli smanettoni che montano e spingono i podcast sul sito, fanno intrattenimento. Bella musica, buon umore, ogni tanto qualche ospite in studio. Io invece me ne vado in giro per i quartieri dove andavo con mio padre a fare interviste pazze per la strada. Non si può dire che faccia dei documentari, fermo la gente e faccio domande sul quartiere, sui posti, sulle situazioni assurde che incrocio, monto tutto infarcito da hip hop underground in stile presabbene e caccio fuori delle bombe, delle cartoline dalla periferia. Che è anche il titolo della rubrica in radio.

Una volta mi han chiesto cosa avrei voluto fare da grande e io ho fatto scena muta, ci ho pensato e ripensato anche a casa e non mi veniva in mente niente. È stato sconfortante.
Ora lo so: da grande racconterò storie.