Alle anime perse

Era il lontano 1940, avevo solo 6 anni, e mia mamma decise di comprare la latteria di via Jacopo dal Verme 2. Sopra la latteria avevamo un piccolo appartamento composto da tre stanze che affacciavano su un’ampia anticamera. All’epoca, non sapevo, come del resto molti abitanti dell’Isola, che, alla fine del 1600 lì si trovava un cimitero, chiamato della “Mojazza”, poi trasferito, nel 1786, in quello che oggi è Piazzale Lagosta, fino alla successiva costruzione del Monumentale. Una parte del cimitero corrispondeva all’area che poi sarebbe stata occupata proprio dal civico n. 2 di Via dal Verme dove abitavo con la mia famiglia.

Durante le mie notti di bambino, dai vetri smerigliati della porta della cameretta, dove dormivo da solo, e che dava sull’anticamera, vedevo accendersi una lucina soffusa verdastra e stagliarsi l’ombra di una donna con un cappello a larghe tese che si muoveva davanti alla mia porta. Altro che la Befana! Con la pelle d’oca e i capelli che si rizzavano, infilavo la testa sotto le coperte terrorizzato. Sentivo persino un rantolo, come di una persona che stesse per spirare, ma una volta accesa la luce il rantolo d’improvviso cessava. Mia madre, che temeva che le mie fossero solo le fantasie di un ragazzino pauroso, decise di trascorrere alcune notti con me, e avvertì anche lei lo stesso misterioso fenomeno.

Una notte la sentii urlare e la vidi chiedere aiuto affacciata alla finestra della sua camera, che dava sul cortile, perché la sua porta, di legno pieno e chiusa a chiave, squoteva come se qualcuno volesse abbatterla.  Il papà aveva il turno di notte in ferrovia, non tirava un alito di vento che avrebbe potuto creare una corrente d’aria, ma si sa, i fantasmi non esistono, eppure non si è mai potuto spiegare l’accaduto.

Qualcuno nel quartiere diceva di aver conosciuto un muratore che, fra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ’70, lavorando all’abbattimento del vecchio cinema di piazza Archinto, dietro ad un muro, insieme ai colleghi operai, scoprì una stanza colma di bare di legno. Forse facevano parte del cimitero della Mojazza?

E poi qualcun altro vociferava dell’esistenza di un convento in via Angelo della Pergola, che si trovava all’interno del cimitero; alcuni dicevano addirittura di aver trovato i resti di monaci e suore durante le ristrutturazioni recenti degli stabili.

Quand’ero piccino, durante gli allarmi aerei notturni, in tempo di guerra, ci si rifugiava in cantina e gli adulti se ne stavano impauriti sulle panchine di legno, ma noi ragazzini ci spostavamo giocando nei meandri più lontani dello scantinato. Verso l’angolo dove un tempo c’era il cimitero vedevamo sempre delle ombre che parevano dimenarsi, ma non dicevano nulla e, così, nella semi-oscurità, tornavamo insieme agli adulti senza fare troppe storie.

Oggi ho sentito raccontare che quel cimitero fosse stato costruito dagli austriaci e che i vecchi della zona ne sconsigliassero la costruzione perché il terreno non era adatto. Infatti, ad ogni esondazione del Seveso, c’è chi dice che venissero a galla le salme mal sepolte. Negli anni ’80, in Piazzale Lagosta 2, scavando per la ristrutturazione di un cortile, trovarono la lapide di Giuseppe Parini, ma non solo… Molti raccontano che le presenze misteriose trovarono pace una volta finita la guerra, altri che la pace faticosa non bastò a tranquillizzarle. Eppure si sa, i fantasmi non esistono… O no?


Racconto liberamente tratto dalle storie degli abitanti del quartiere, in particolare dai ricordi del signor Giovanni Tedeschi, e elaborato dalla redazione di Postcardsfromisola.

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